…i ragazzi sembrano a loro agio, non fanno che chiacchierare. Ma di che cosa parleranno mai? Si riferiscono a programmi che lui non ha mai visto, a canzoni che non ha mai ascoltato, a film usciti e scomparsi senza che lui se ne accorgesse. E’ come se nella vita quotidiana di suo figlio andasse in onda una trasmissione in codice con cui Li-Jin riesce a sintonizzarsi solo una volta all’anno, a Natale, quando gli dicono di andare ad acquistare la mercanzia in plastica a vivaci colori che accompagna quei misteriosi avvenimenti.
(Zadie Smith, "L’uomo autografo")
Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza
Il film è piaciuto molto ad Alberto Crespi, il critico cinematografico de L'Unità. Ecco la sua recensione:
È uno dei film più attesi dell’anno. Uscirà, in contemporanea mondiale, il 6 maggio. E non piacerà a Benedetto XVI, scommettiamo?, anche se è molto imprudente tirare la tonaca al nuovo Papa su ogni questione che lontanamente lo riguardi. Ma certo, con facile battuta, dovremmo dire che Le crociate di Ridley Scott è un film «relativista». E che il relativismo è applicato a una questione non da poco: Gerusalemme.
Quando il film arriverà nelle sale ci pronunceremo su questioni più cinematografiche e magari, per lo spettatore laico, altrettanto epocali (del tipo: è meglio o peggio del Gladiatore, diretto dallo stesso Scott?). Ora proviamo ad attenerci ai fatti. Lo sceneggiatore William Monahan immagina che nell’anno di grazia 1184, fra la seconda e la terza crociata, un cavaliere cristiano (Godfrey of Ibelin, che a noi suona tanto Goffredo di Buglione e Gerusalemme Liberata, ma il Tasso non c’entra nulla) arrivi in un villaggio della Francia e riconosca nel giovane fabbro Balian un proprio figlio illegittimo abbandonato anni prima. Fatto cavaliere, il ragazzo segue il destino paterno a Gerusalemme, governata dai cristiani, dove si ritrova nel bel mezzo di una faida tra correligionari: da un lato i cavalieri Templari comandati dal guerrafondaio Guy de Lusignan vogliono a tutti i costi far baruffa con gli infedeli, dall’altro il saggio re Baldovino (minato, però, dalla lebbra) e il suo luogotenente Tiberias cercano di tenere in piedi una fragile pace concordata con il grande guerriero Saladino.
Baldovino ha una sorella, Sibilla, sposa del fetido Lusignan e subitamente innamorata del bel Balian. E basta vedere entrare in scena questa donna (interpretata da Eva Green, la ragazza di The Dreamers di Bertolucci) per capire che aria tira: cavalca come un uomo, è fiera, si veste come un’araba, ha le mani e le braccia tinte con l’henné e sembra a casa propria nel deserto. Sibilla è il trionfo del sincretismo, è il simbolo di una possibile utopia: è Pocahontas, è il sogno dell’incontro fra due culture sotto il segno dell’amore. Tra l’altro Pocahontas - personaggio/simbolo della cultura americana, prima principessa pellerossa andata sposa a un colono bianco - sarà protagonista quest’anno di un altro film attesissimo, The New World, opera quarta nella filmografia «rara» e misteriosa del grande Terrence Malick. Il cinema hollywoodiano, in questo 2005, semina messaggi di tolleranza. In fondo è una buona notizia.
Torniamo a Balian di Ibelin. Forse perché stregato dall’erotismo magico di Sibilla (il nome non è, ovviamente, un caso), il figlio di guerrieri comincia a pensare che la pace sia meglio della guerra. Fra i Templari e i seguaci di Baldovino, sceglie i secondi. E qui entra in scena Hollywood, che ha la spudorata abilità di ridurre sempre i conflitti ideologici a materiale drammaturgico. Le crociate diventa un western: i Templari si comportano come il 7° Cavalleggeri, Guy de Lusignan si traveste da Custer. Escono da Gerusalemme, sfidano gli indiani - pardon, gli arabi - in campo aperto. Massacrano una carovana, uccidono donne e bambini. Uccidono anche la sorella del Saladino che, come Cochise, giura vendetta. Si pone l’assedio a Fort Apache - pardon, a Gerusalemme. Balian diventa il difensore della città. Il suo discorso agli assediati è il primo cuore ideologico del film: non combattiamo per i sepolcri, per le moschee, per le croci, per chiunque nel passato abbia fatto di questa città un simbolo; combattiamo per la gente, per le donne, per i vecchi, per i bambini; combattiamo per la nostra vita. L’assalto delle truppe del Saladino è veemente, ma Gerusalemme resiste, eroica. Dopo due giorni di assedio il Saladino chiede di parlare con Balian. E il loro dialogo è il secondo cuore ideologico. Balian pensa di aver di fronte un killer spietato e la mette giù dura: resisteremo fino all’ultimo uomo, dice, per ogni cristiano ucciso moriranno dieci arabi (ahi ahi, brutta frase), e piuttosto che lasciarvi la città la rado al suolo con tutti i suoi simboli religiosi. Saladino apprezza il coraggio dell’avversario e gli fa una proposta: io voglio Gerusalemme, non voglio voi; lasciatemela e tutti coloro che sono in città avranno salva la vita. Balian sgrana gli occhi, e ricorda al Saladino: ma quando i Templari hanno preso Gerusalemme hanno massacrato tutti i musulmani che stavano in città! E Saladino dice la frase che vale tutto il film: io non sono un uomo di quel genere. Balian capisce: e lascia Gerusalemme al nemico. «Se Dio tiene tanto a questa città, saprà lui cosa farne». Ma non può trattenersi dal chiedere al Saladino, mentre questi si allontana verso le sue truppe: cos’è, per te, Gerusalemme? Quello risponde: «Nulla». Poi fa due passi, si gira, sorride, stringe i pugni e si corregge: «Tutto».
Le crociate è un film in cui un eroe cristiano abbandona volentieri Gerusalemme, per salvare le vite di migliaia di innocenti; e in cui un eroe musulmano attacca i cristiani solo quando è provocato dall’insensata crudeltà di alcuni di loro. È un film profondamente laico in cui i cattivi sono i Templari, e qui qualcuno, vedrete, si adonterà (ai Templari, e alle loro imprese, era dedicato un altro kolossal hollywoodiano molto più stupido di questo: Il mistero dei Templari, con Nicolas Cage). Correggiamo quanto detto sopra: ignoriamo se piacerà al nuovo Papa, non sappiamo nemmeno se mai lo vorrà vedere e in fondo non ce ne importa nulla. Non piacerà (e questo è più importante) a chi ama le guerre di religione, né a chi è convinto di avere la verità, l’unica verità, in tasca, né a chi crede a dogmi, dottrine, catechismi e liturgie assortite. Quindi non piacerà nemmeno a molti musulmani. Piacerà a chi pensa che cristiani e musulmani (ed ebrei, induisti, buddhisti, scintoisti...) possano vivere insieme senza scannarsi. Ma questa, di questi tempi, è forse la peggiore bestemmia. (29 aprile 2005, L'Unità)