…i ragazzi sembrano a loro agio, non fanno che chiacchierare. Ma di che cosa parleranno mai? Si riferiscono a programmi che lui non ha mai visto, a canzoni che non ha mai ascoltato, a film usciti e scomparsi senza che lui se ne accorgesse. E’ come se nella vita quotidiana di suo figlio andasse in onda una trasmissione in codice con cui Li-Jin riesce a sintonizzarsi solo una volta all’anno, a Natale, quando gli dicono di andare ad acquistare la mercanzia in plastica a vivaci colori che accompagna quei misteriosi avvenimenti.
(Zadie Smith, "L’uomo autografo")
Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza
San Francisco, 1853. La città è in preda a una frenesia parossistica…Colpa o merito dell’oro che qualcuno ha trovato nell’entroterra. Una calamita irresistibile per avventurieri in cerca di fortuna. Tra i nuovi arrivati un immigrato ebreo che arriva da Buttenheim, in Baviera, si chiama Löb Strauss…subito vede il suo nome cambiato in Levi.
…Levi lavora nella merceria dei parenti dove si vendono attrezzature e abbigliamento ai disperati che vanno in cerca dell’oro e fa l’ambulante nella zona. E qui ha la folgorazione. Un cercatore si lamenta del fatto che i pantaloni che si trovano in vendita non reggono lo stress cui sono sottoposti. Si logorano troppo facilmente, così si potrebbero anche perdere dalle tasche le eventuali pepite. Levi prende allora della stoffa robusta, che dovrebbe servire per le tende che danno ricovero agli uomini, e gli prepara un paio di pantaloni. Il cercatore è talmente soddisfatto che diventa uno straordinario veicolo pubblicitario per l’indumento. Che ancora non ha nome, viene chiamato “overalls”. Qualcosa da indossare sopra tutto il resto.
Così dice la leggenda. Che sia davvero andata in questi termini nessuno lo può affermare con certezza, perché il terremoto e l’incendio che è seguito agli inizi del ‘900 hanno distrutto San Francisco e l’archivio storico della Levis. Resta il fatto che Levi Strauss progressivamente lascia perdere il lavoro da ambulante…e razionalizza la produzione di “overalls”, sotto forma di pantaloni, poi anche di salopette…Taglio in serie, lavoranti che cuciono e taglie abbondanti, buone per tutti, tanto devono solo coprire. Il successo è clamoroso, nel 1856 il negozietto di Levi Strauss in Sacramento Street è già un emporio…Dieci anni dopo Strauss ha fatto i soldi, quelli veri…
A questo punto però si impone una digressione da San Francisco a Genova per la stoffa con cui erano realizzati gli “overalls”. Tessuto dalle origini molto più remote. L’Oxford English Dictionary risale al 1567 per stabilire l’etimologia di quelli che tutti noi conosciamo come blue jeans. Si tratta di un tessuto commercializzato dai genovesi (da qui jeans), diffuso anche in Nordamerica, ma di produzione francese, conosciuto come “tissu de Nimes”. Infatti negli Stati Uniti ancora oggi i jeans si chiamano “denim”.
Viaggiando a ritroso nel tempo si scopre poi che già agli inizi del ‘300 a Firenze si importava questo cotone grezzo sgranato o filato da Nimes o da Montpellier…
(Antonello Catacchio sul supplemento Alias del Manifesto del 28/5/2005)
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Si chiama “Jeans! Le origini, il mito americano, il made in Italy” la mostra che si aprirà a Prato il 22 giugno presso la Fondazione Museo del Tessuto (resterà aperta fino al 30 novembre) e che rivisita la storia del tessuto più famoso del mondo. Circa cento i manufatti esposti, tra tessuti e capi d’abbigliamento, storici e contemporanei, provenienti da collezioni pubbliche e private, che guideranno il visitatore lungo i processi di lavorazione e di tintura del jeans, deviando su sentieri dell’immaginario e sfociando nella storia del costume e dei suoi cambiamenti sociali. Quattro le sezioni: gli abiti del diciottesimo secolo e i paramenti sacri; il jeans negli Stati Uniti dagli anni Venti agli anni Sessanta; il ritorno dei jeans in Italia con i capi prodotti tra gli anni Cinquanta e Ottanta. Nell’ambito della mostra sono previste proiezioni di spezzoni di film americani e italiani, servizi di moda e video che rigorosamente abbiano come tema centrale questo indumento, che il cinema ha poi “legato” a alcune star come Elvis Presley e James Dean. Fra le iniziative collaterali, la Fondazione lancerà a settembre un concorso per giovani stilisti (Jeans Award 2005). Si prevedono rassegne cinematografiche, conferenze tematiche e laboratori pratici.
(sul supplemento Alias del Manifesto del 28/5/2005)
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…si dice che anche Garibaldi li indossasse in battaglia…
(Sul supplemento Corriere della Sera magazine del 9/6/2005)
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In un giorno qualsiasi del 1998, in una città mineraria del Nevada abbandonata da quasi un secolo, un archeologo del futile trovò, sommerso da altri forse più preziosi fossili di un passato di fatica e miseria, un reperto mitico, l’antenato di un oggetto diventato ormai di massima invadenza, l’australopithecus dei jeans. Prodotto e acquistato tra il 1880 e il 1885, costato allora 1,25 dollari, indossato per tutta la stentata vita da un anonimo e probabilmente sfortunato cercatore d’oro, il “denim waist overalls”, come si chiamava allora, aveva attraversato negletto il tempo di 23 presidenti americani ed era lì, terroso ma ancora intatto, indistruttibile. Tale e quale, non abbisognando di restauro i suoi attualissimi scolorimenti e strappi, fu messo all’asta tre anni dopo e ricomprato dalla sua produttrice ottocentesca tuttora molto vegeta, la gloriosa pioniera del ramo Levi Strauss & Co., per 46.532 dollari.
Star del famoso vintage, che talvolta è l’unica forma di storia che i suoi appassionati conoscono, il vecchio jeans, data la sua antipatica robustezza non biodegradabile, intasa anche troppo spesso le aste di antichità vestimentarie. Preferiti adesso quelli usati da celebrità…
Li portava Camilla Cederna non più giovane, James Dean giovanissimo, le Brigate Rosse e i pellegrini in marcia verso il santuario di Compostela, il pittore Basquiat e l’aristocratico Von Bulow…
Frasi celebri: Marshall McLuhan, sociologo canadese: “I jeans rappresentano lo strappo e la rabbia contro l’establishment”. Susy Menkes, stella del giornalismo di moda: “Non più divisa della gioventù ribelle, i jeans li indossano i loro genitori nei fine settimana”. Yves Saint Laurent, grande stilista in pensione: “Il mio solo rimpianto? Non essere stato io a inventare i jeans”…
Il mercato dei jeans è il solo fiorente dell’industria tessile: uno degli sponsor italiani della mostra di Prato, Super Rifle, ha prodotto nel 2004 un milione e 800mila pezzi, altra marche italiane (Diesel Sixty, Replay, Melting Pot, Gas) hanno venduto per due miliardi di euro: gli italiani hanno comprato l’anno scorso 36 milioni di paia di jeans, più di uno ogni due abitanti…
(Natalia Aspesi su La Domenica di Repubblica del 12/6/2005)
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Fino a qualche tempo fa Matino era solo un piccolo e sconosciuto paesino del Sud, senza grandi prospettive. Oggi questo villaggio di diecimila abitanti a pochi chilometri da Lecce è uno dei centri mondiali della produzione dei jeans. E’ proprio da qui che, ogni anno, partono più di due milioni di pantaloni firmati Meltin’Pot, l’azienda creata dall’imprenditore Cosimo Romano divenuta in pochi anni un marchio cult. In Italia e nel mondo di centri come Matino ce ne sono a decine. Perché se una volta i produttori di denim si contavano sulla punta delle dita, oggi il loro numero è aumentato in maniera vertiginosa…
…spiega Antonella D’Errico, manager della Levi Strauss in Italia. Che aggiunge: “La svolta è avvenuta qualche anno fa quando le donne si sono staccate dai modelli unisex e hanno cominciato a volere jeans realizzati per loro”. Il mercato femminile ha dato via al boom. E oggi non c’è, al mondo, un capo d’abbigliamento più venduto…
(Jacaranda Caracciolo Falck su La Domenica di Repubblica del 12/6/2005)
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Lugo di Romagna, 30 mila abitanti…e un cittadino speciale. Angelo Caroli. Non è proprio un eroe, ma poco ci manca, almeno per i suoi concittadini. E’ l’uomo che con la sua passione per la moda vintage ha fatto conoscere Lugo nel mondo. In un palazzo antico, nel cuore della cittadina, sono ordinati più di 10 mila pezzi raccolti da Angelo (44 anni) in un quarto di secolo di ricerche. La metà della raccolta fra abiti, accessori e soprattutto jeans è in vendita. Gli altri fanno parte della sua collezione privata che si può vedere, toccare, ma non comprare. I 50 pezzi più belli e più rari sono in denim e verranno esposti a Prato…Il suo jeans-feticcio, un modello Levi’s anteguerra (1938 circa), l’ha comperato negli Usa quindici anni fa per 9 mila dollari. Ora un collezionista giapponese gli ha offerto 20 mila dollari…Il Giappone è infatti il mercato più importante…
Un cliente tra tanti? Richard Gere, che si è a tal punto innamorato di un giubbotto anni ’50 indossato da Angelo, incontrato per caso in un ristorante di New York, da volerlo a tutti i costi. Angelo glielo ha spedito, direttamente da Lugo, capitale del vintage.
(Paola Ciana sul supplemento Corriere della Sera magazine del 9/6/2005)
MC