...non può essere il governo a definire in un decreto chi ha diritto e chi no ai contributi. Sarebbe la negazione di ogni idea di democrazia, e metterebbe parte importante dell'informazione italiana in posizione di subordinazione diretta all'esecutivo. Costringendola a genuflettersi davanti al Principe, per ottenere un viatico per la propria sopravvivenza. E' un'ipotesi indegna, che va subito tolta dalla scena...
In che direzione andare. Siamo stati i primi, con Mediacoop, a sostenere che è necessaria una vera riforma della legge sui contributi, che faccia piazza pulita di furbi e abusivi, che impedisca gli espedienti (resi possibili da una legislazione volutamente lacunosa), per cui oggi ricevono contributi consistenti anche giornali che non hanno mai visto un'edicola. I contributi devono essere destinati a “giornali veri”, togliendo di mezzo o ridimensionando il peso delle testate di finte cooperative, dei giornali senza lettori (cooperativi o di partito), di quelli che hanno un rapporto assolutamente sproporzionato tra copie vendute e copie tirate. E tagliando l'erba nel prato sin troppo in fioritura di quei gruppi editoriali, che – attraverso espedienti – ricevono finanziamenti per più testate (come è accaduto per Ciarrapico, a seguito di un'inchiesta penale).
Per fare questo ci vuole una legge (molto meglio che un regolamento), che si può fare in pochi mesi, se veramente il governo dovesse scegliere non di cancellare il pluralismo, ma di impedire gli abusi.
Bisognerebbe definire in legge: a, che tutte le cooperative, per essere ammesse ai contributi, debbano essere cooperative di giornalisti, in cui i giornalisti dipendenti rappresentino la maggioranza dei soci e debba essere ammesso a socio qualsiasi dipendente che ne faccia domanda (e su questo si esprime positivamente anche il Regolamento Bonaiuti); b, che nel calcolo delle copie vendute non possano essere tenute presenti le copie vendute in blocco, se queste non vengono pagate dall'acquirente almeno il 50% del prezzo di copertina (e anche questo criterio è preso in considerazione dal Regolamento); c, che debba esserci un serio vincolo di occupazione: per esempio, che i contributi non possano superare 150.000 euro per giornalista occupato; d, che si prevedano standard seri di diffusione: l'obbligo di presenza in non meno del 40% delle edicole italiane per i quotidiani nazionali, e non meno del 50% delle edicole del territorio per i provinciali e regionali; e, che si tenga in piedi il tetto di pubblicità al 30% per le testate che beneficiano dei contributi; f, che si stabiliscano requisiti di accesso alle risorse pubbliche identici per i giornali cooperativi e non profit e per quelli di partito (cioè che anche per questi debba valere un criterio di proporzionalità tra copie distribuite e vendute).
Sono solo alcune idee, presenti tra l'altro da tempo nella discussione, che non riescono a prendere corpo in un atto legislativo, perché nessuno vuole rinunciare alle sue clientele. Ed è più facile tagliare i fondi e minacciare la sopravvivenza di tutti, che scegliere, e fare un'operazione di pulizia.
Misure di questa natura potrebbero ridimensionare consistentemente l'impegno di risorse pubbliche, dando certezze a tutti i veri giornali cooperativi, politici e non profit. Non si danneggerebbe il pluralismo, ma si impedirebbe semplicemente ai furbi e agli abusivi di fare i topi nel formaggio di una legislazione volutamente lacunosa.
Questa è l'unica strada per riformare i contributi secondo criteri di giustizia, senza dare un colpo mortale al già sofferente pluralismo dell'informazione italiana.
(Giancarlo Aresta sul Manifesto del 16/12/2009)
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Appello del Manifesto e dell'associazione Antigone.
La condizione di vita nelle carceri è drammatica. I detenuti sono costretti a vivere in situazioni inaccettabili per un paese democratico. Dall'inizio dell'anno si sono suicidati quattro detenuti, 501 negli ultimi nove anni. L'opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l'amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso.
Il diritto all'informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della sicurezza pubblica. Al ministro della Giustizia, che denuncia l'emergenza carceri, segnaliamo che esiste anche “un'emergenza informazione”, per questo chiediamo di cambiare regole e prassi autorizzando l'accesso ai giornalisti nelle sezioni delle carceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo gli eventi tragici o eccezionali.
Primi firmatari:
Rita Levi Montalcini, Stefano Rodotà, Valerio Onida, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer, Rosaria Capacchione, Gian Antonio Stella.
(Sul Manifesto del 20/1/2010)
La prima puntata è qui
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