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Su La Repubblica, 20 febbraio 2010
  Disobbedienza e liberazione

...Sesso e rivoluzione? In paesi come la Repubblica Islamica il sesso sembra avere una forte connotazione politica. Ieri a Teheran 12 coppie (24 persone) sono state arrestate con l'accusa di essere “scambisti”, ossia di dedicarsi a pratiche sessuali vietate dalla sharia – la legge coranica – basate sul sesso di gruppo e lo scambio, appunto, del proprio partner. Docenti universitari e alti funzionari...Un'élite evidentemente più dedita al tantrismo che non al rispetto del rigoroso codice coranico.

Agli occhi degli occidentali potrebbe sembrare uno scherzo, ma le donne e gli uomini messi in galera in Iran certamente non hanno alcuna voglia di ridere, dal momento che rischiano la pena di morte per lapidazione...

Eppure, sempre tornando a Gurdjieff, se “il potere del sesso è come quello del fumo. Passa anche sotto le porte”, allora i Guardiani della rivoluzione avranno il loro bel dafare in un paese cronicamente conservatore e, al tempo stesso, diffusamente dedito a pratiche sessuali di ogni genere, con una predilezione soprattutto per il sesso di gruppo.

Non ha dubbi su questo Pardis-Mahdavi, antropologa irano-americana che con la Stanford University Press ha recentemente pubblicato il saggio “Passionate Uprisings: Iran's Sexual Revolution” (Rivolte appassionate: la rivoluzione sessuale in Iran). La Mahdavi ha condotto una ricerca sul campo, trascorrendo sette anni nella Repubblica Islamica e intervistando giovani, donne e uomini che vivono sotto il regime degli ayatollah. Il panorama che ne esce è quello di una sorta di gigantesco bordello, in cui il 50% delle donne (velate e sposate) ammette candidamente di tradire il proprio consorte...

Quanto più il regime è oppressivo, tanto più i giovani trovano nel sesso la loro valvola di sfogo, anche rischiando la morte, e sembrano voler sfidare la “komite”, la polizia religiosa, soprattutto durante i mesi sacri...



(Anna Mazzone sul Riformista del 24/11/2009)


* * * * * *

Il Malawi disobbedisce. Il Paese ha deciso di non seguire i consigli della comunità internazionale. Con ottimi risultati. Le strade di Blantyre, la seconda città del Malawi, uno dei paesi più poveri del mondo, non ricordano certo Ginevra o Città del Capo...Settecentomila persone vivono in minuscole capanne, e agli incroci gruppi di bambini denutriti vendono giornali locali o chiedono l'elemosina agli operatori umanitari stranieri. Appena usciti dalla città, però, le fattorie del Malawi raccontano una storia diversa. La stagione delle piogge si avvicina e le piantagioni sono piene di grano e di avocado.

Il successo agricolo del Malawi non è casuale: dopo aver affrontato quattro anni fa una carestia che ha colpito un terzo dei 13 milioni di abitanti – di cui circa la metà vive sotto la soglia di povertà – il paese ha investito 60 milioni di dollari di sussidi di stato nell'agricoltura. Da grande assistito della comunità internazionale oggi è diventato un grande esportatore di cereali e una delle economie agricole più floride della regione...

La politica delle sovvenzioni statali è stata criticata dalla comunità internazionale e dal World food programme. Ma il Malawi ha trionfato proprio ignorando gli esperti agricoli favorevoli alle privatizzazioni e ora potrebbe diventare una delle poche storie africane di successo degli ultimi anni. Eppure sono pochi i paesi vicini che hanno seguito il suo esempio: la maggior parte dei paesi in via di sviluppo ha scelto di privatizzare l'agricoltura. Questa decisione in alcuni casi ha avuto effetti disastrosi, visto che le aziende agricole private non sempre hanno saputo rispondere alle emergenze alimentari quando le scorte dei governi si sono esaurite. Il Malawi è riuscito a evitare queste crisi ignorando le pressioni dei paesi donatori.

Nel 2004 ha lanciato il programma nazionale di sovvenzioni per l'agricoltura, grazie al quale quasi la metà dei piccoli coltivatori del paese ha ricevuto buoni per l'acquisto di concimi e sementi a cifre molto inferiori ai prezzi di mercato...L'obiettivo era garantire un ritorno degli investimenti promuovendo una produzione più efficiente. Contemporaneamente il governo di Lilongwe ha investito in programmi di formazione per aiutare gli agricoltori a imparare nuovi metodi di irrigazione e nuove forme di gestione delle colture per migliorare i raccolti.

Infine il programma ha previsto la creazione di un fondo destinato ad acquistare una parte del raccolto per conservarlo in vista delle emergenze future. Oggi perfino la Banca mondiale si è accorta del miracolo del Malawi e ha pubblicato sul suo sito web un testo inaspettato che descrive e difende le politiche agricole applicate in Malawi. “Down to Earth”, uno studio globale del 2007, voluto da due economisti della Banca mondiale, ha dimostrato che la crescita del settore agricolo di un paese è la causa principale della riduzione della povertà...

(Joshua Kurlantzick su Internazionale dell'11/12/2009

 Posted by admin · Feb 2010 -
 Categoria: Idee






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