“E' tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”: così si apriva il preambolo delle leggi razziste proclamate dal governo fascista nel 1938. Da allora abbiamo fatto notevoli progressi: non ci proclamiamo più razzisti, anzi discettiamo su prestigiosi organi di stampa se sia proprio educato chiamare “negri” i deportati di Rosarno. Siamo gente civile, ci mancherebbe altro – razzisti, ma ipocriti. E se è vero che l'ipocrisia è un omaggio del vizio alla virtù, razzisti che si vergognano e, come tutti i pervertiti, lo fanno di nascosto. Finché non viene scandalosamente alla luce... A posteriori tutti, dal papa in giù, deplorano anche con parole eloquenti le violenze (beninteso, “tutte” le violenze, quelle di chi spara e quelle di chi si ribella contro gli sparatori) – ma quando le cose succedono non c'è ombra di prete a fare testimonianza fermando i fedeli cristiani che sparano e fanno barricate. Rosarno allora è un elemento di chiarezza: la rivolta nera mette a nudo la violenza della schiavitù e dello sfruttamento; il pogrom bianco mette in pratica quello che si annidava nei discorsi e nelle teste del senso comune, che si realizzava in una miriade di episodi... Adesso lo possiamo dire francamente di nuovo: il razzismo riunifica l'Italia. Meno di un secolo fa severi antropologi discettavano se i calabresi fossero o no di razza italiana; adesso il razzismo contro gli immigrati mette d'accordo leghisti e terroni... (Alessandro Portelli sul Manifesto del 12/1/2010) * * * * * * Sventolerà anche nelle strade di Genova il colore giallo del Primo Marzo, il primo sciopero transnazionale degli immigrati in Europa, al quale hanno aderito comitati autogestiti di cittadini di Grecia, Francia, Spagna e Italia. Ventiquattro ore senza di noi, lo slogan scelto dai francesi... Molta dell'organizzazione si fa in rete, tra Facebook, i forum e i blog, mentre si accelerano i tempi per le manifestazioni alle quali si potrà aderire facendo scioperi veri e propri...Oppure scioperi bianchi esponendo qualcosa di giallo al lavoro...
(Alessandra Fava sul Manifesto del 23/2/2010)
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Se lo schiavismo non è reato.
Sì, però: non esisteva in Italia l'obbligatorietà dell'azione penale? Non si diceva che, una volta appresa la “notitia criminis”, la magistratura libera e indipendente si sarebbe mossa con tempestività e senza guardare in faccia nessuno? E se dunque viene fuori che in Italia è stato reintrodotto l'istituto della schiavitù, ed essendo presumibilmente lo schiavismo un reato, è possibile che gli schiavisti la facciano franca, che non ci sia un ufficio giudiziario messo in allarme, un'indagine che venga aperta, un pm impegnato ad assicurare alla giustizia chi ha commesso un reato così grave?
...i fatti di Rosarno hanno fatto affiorare una situazione incivile. Si dice che si sapeva già tutto. Peggio ancora: come mai tutti sapevano, tutti tranne i competenti uffici giudiziari? Si dice, è documentalmente accertato dalla lettura dei giornali e dalle inchieste televisive con tanto di interviste e testimonianze, che i proprietari terrieri sguinzagliavano i loro “caporali”, che a loro volta reclutavano gli immigrati (regolari e clandestini, in queste circostanze è del tutto indifferente) a cifre scandalosamente basse, ricattando i neri che non potevano rifiutare una paga così al di sotto degli standard civili, per raccogliere arance e mandarini da mettere sul mercato. Si sapeva che questi immigrati vivevano in tuguri disumani, in condizioni pazzesche. Niente contributi, niente lavoro che non fosse rigorosamente in nero, niente tutele contrattuali: niente di niente. E tutto questo non è un reato?...
(Pierluigi Battista sul settimanale “Sette” del Corriere della Sera del 28/1/2010)
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Udine. C'è ansia al centro di pneumologia sociale dell'ospedale Gervasutta. Non è bastato a medici e infermieri affiggere l'avviso in cinque lingue “Io non ti denuncio”. Non è servito scendere in piazza contro il governo. Qui più che nel resto d'Italia, la legge che a luglio ha introdotto il reato d'immigrazione clandestina ha allontanato dagli ospedali gli stranieri irregolari. Badanti dell'Est in attesa di sanatoria, operai africani con un lavoro in nero: nemmeno l'allarme per l'influenza suina ha riavvicinato agli incolpevoli camici bianchi i clandestini. Che da mesi, per paura di essere denunciati, disertano anche le strutture pensate per loro. Come il dispensario antitubercolare di Udine, dove gli irregolari accedono alle cure nella massima riservatezza, con il tesserino anonimo di “straniero temporaneamente presente” rilasciato dallo stesso ambulatorio.
Fino all'anno scorso venivano in centinaia, per un controllo di routine o lo screening infettivologico. Un anno dopo, le visite sono crollate del 42 per cento...
Ma il Friuli non era la terra che aveva aperto le porte a migliaia di profughi dell'Est e spalancato loro quelle delle fabbriche? Certo, ma oggi qui c'è una Lega fortissima...
...estendere le cure ai clandestini serve a tutelare pure gli italiani...Lo spauracchio che agitano i medici è soprattutto uno: la Tbc...
(Paolo Casicci sul Venerdì di Repubblica del 27/11/2009)
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