Ieri erano decine di migliaia gli immigrati nelle strade italiane. Moltissimi a Napoli (si parla di un corteo di 20.000 persone),60 città coinvolte, migliaia di palloncini gialli nei cieli di Roma meno in altre città. Ma significativa è stata l'adesione in tutto il sud, una adesione "notevole", hanno detto gli organizzatori dei Comitati Primo Marzo. E' andata bene a Palermo, a Reggio Calabria. Significativamente invece a Treviso i sindacati confederali - che non hanno aderito all'iniziativa in tutta Italia - hanno preferito cercare un accordo con le associazioni di migranti della provincia. E così mentre gli immigrati erano in fabbrica a lavorare, Cgil, Cisl e Uil, i rappresentanti di Comuni, Provincia e delle tre Ulss si sono incontrati, alla presenza anche del questore Carmine Damiano, con il prefetto Vittorio Capocelli che in alternativa alla protesta ha indetto il consiglio territoriale sull’immigrazione. Sul tavolo della riunione alcune proposte per "favorire l'integrazione" partendo, naturalmente, dalla necessità di sveltire l’iter per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno, per le pratiche dei ricongiungimenti e dei flussi. La buona notizia è che le pratiche subiranno un accelerazione per il potenziamento dell'organico, 15 nuove persone che saranno in grado di evadere un centinaio di pratiche alla settimana a fronte delle attuali trenta.
I dati di ieri e la scelta di Treviso si capiscono meglio se si guardano i dati sulla occupazione immigrata in Italia: gli ultimi dati Cnel, relativi al 2007, dicevano che il grosso della immigrazione con regolare contratto di lavoro in Italia lavora nell'agricoltura, nelle costruzioni, nell'industria meccanica. I tre quarti degli immigrati regolari lavorano in imprese con meno di dieci dipendenti, dove dunque la presenza sindacale e gli stessi diritti previsti dallo Statuto dei Lavoratori sono assenti o molto attenuati. Oltre la metà degli immigrati con regolare contratto di lavoro ha meno di 35 anni. Solo nella provincia di Treviso nel 2007, erano residenti, regolari e impiegati 80 mila lavoratori immigrati. Cioé il 9 per cento del totale della popolazione della provincia. Davvero dunque quella regione non potrebbe fare a meno di loro. Ma anche loro non possono facilmente fare uno sciopero.Al sud invece è meno probabile che gli immigrati lavorino in fabbrichette e mini-imprese, e tantomeno che lavorino per grandi industrie. Meno probabilmente saranno assunti regolarmente.
Inoltre, regolari e no, gli immigrati fanno lavori che gli italiani fanno meno volentieri, e non a caso si fanno male o muoiono di più degli italiani. Se parliamo dei lavoratori regolari, quelli per i quali dunque le norme sono le stesse vigenti per gli italiani, i numeri lo dicono chiaramente. Infatti - ha detto l'INAIL di recente - il dato sugli infortuni ai danni di lavoratori stranieri è "in controtendenza rispetto all'andamento generale del paese", visto che in Italia aumentano di anno in anno: 124.828 nel 2005 (13,3% sul totale nazionale), 129.303 nel 2006 (13,9%), 140.785 nel 2007 (15,4%) e 143.561 nel 2008 (16,4%).
"Il numero più elevato di incidenti tra i lavoratori stranieri dipende da fattori legati alla cultura, alla lingua e alla percezione del rischio", secondo Alfonso Speranza, direttore INAIL di Brescia, che ha lanciato un progetto con circa 350 mediatori culturali che dovrebbero spiegare agli stranieri l'importanza della sicurezza sul lavoro. Ma se si guardano i dati Inail del 2008, si scopre che il maggior numero di infortuni sul lavoro si è verificato nell'edilizia, che è uno dei settori in cui gli stranieri sono maggiormente presenti. Il 13,7% di tutti gli infortuni riguardanti stranieri è in quel settore. I dati degli altri settori sono ancor più significativi: quante colf e lavoratori domestici italiani si sono fatti male nel 2008? Il 13 per cento. Il rimanente 87 è fatto da stranieri. Non perché sono meno attenti, ma perché sono la stragrande maggioranza di colf, badanti e collaboratori domestici nelle case italiane.
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