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Bucchi, La Repubblica, 22 giugno 2010 |
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Allarmi di serie B |
Vogliamo esprimere tutto il nostro sdegno per come l'informazione, in questi giorni, sta venendo meno alla propria missione in una società civile e democratica. Da giorni trasmissioni televisive e giornali si occupano continuamente, in modo approfondito, dell'omicidio, tragico, di Meredith Kercher. Non ci sono trasmissioni, speciali, pagine intere o approfondimenti dedicati alla morte di Aldo Bianzino, un uomo di 44 anni che è stato incarcerato il 12 ottobre nel carcere di Capanne a Perugia per possesso di marijuana ed è uscito dalle mani dello stato, che avrebbe dovuto proteggerlo, senza vita il 14 ottobre. Il 12 ottobre Aldo Bianzino entra in carcere in buone condizioni di salute e viene condotto in isolamento. La mattina del 14 ottobre alle 8.15 la polizia penitenziaria entra in cella e lo trova agonizzante, morirà dopo poche ore. I detenuti pare abbiano dichiarato di aver sentito più volte Aldo lamentarsi e chiedere aiuto la notte precedente al ritrovamento. E' morto da un mese, le cause sono ancora oscure. Il silenzio delle istituzioni e dei media è inconcepibile. Il valore di questa vita e la ricerca della verità rispetto a questo episodio non dovrebbero avere lo stesso peso di quello attribuito alla vicenda di Meredith? Dobbiamo ritenere che ad interessare i giornalisti siano episodi di droga e sesso e gli scandali che ruotano intorno all'omicidio di Meredith piuttosto che la ricerca e la difesa della verità in quanto tale?
(Arianna Ciccone, lettera al quotidiano Europa del 15/11/2007)
* * * * * * Era molto flessibile Antonio, un giovane di 36 anni ucciso ieri alla Thyssenkrupp di Torino. Ucciso non da un incidente, non da un infortunio: ucciso dallo sfruttamento selvaggio che fa tirare a mille gli impianti fino a far esplodere le macchine e costringe a un lavoro bestiale gli operai. Al momento in cui quel maledetto tubo che trasportava olio bollente è stato colpito da una scintilla sprigionatasi dal quadro elettrico e s'è spezzato, trasformandosi in un lanciafiamme, Antonio e una decina di ragazzi come lui sono stati colpiti. Tutto e tutti hanno preso fuoco, gli estintori non funzionavano, la linea 5 delle ex Ferriere sembrava una città bombardata con il napalm, raccontano i sopravvissuti. Quando si è trasformato in una torcia umana, alle due di notte, Antonio era alla quarta ora di straordinario. Dunque alla dodicesima ora di lavoro in quell'inferno. Antonio era molto flessibile, come tutti gli altri ragazzi della Thyssenkrupp. Alle 12 ore di lavoro ne aggiungeva ogni giorno due o tre di viaggio da casa, nel Cuneese, alla fabbrica, e ritorno...Antonio era proprio il tipo di operaio di cui ha bisogno un padrone tedesco che decide di chiudere la fabbrica di Torino per portare la produzione in Germania, ma prima di mettere i sigilli agli impianti vuole tirare fino all'ultima goccia di sangue alle macchine e agli uomini, ai ragazzi. Per questo una decina di loro ha preso fuoco, nel 2007, nell'occidente avanzato... C'è la fila, adesso, di quelli che si lamentano per la mancanza di sicurezza sul lavoro. Forse tutti si erano distratti: presi com'erano a combattere l'insicurezza provocata dai rumeni si sono dimenticati della guerra quotidiana in fabbrica, nei campi, nei cantieri. Chi oggi dice che servono maggiori misure di sicurezza sul lavoro dovrebbe aggiungere che il modello sociale ed economico dominante è criminale...
(Loris Campetti sul Manifesto del 7/12/2007)
MC
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Posted by admin · Dec 2007 -
Categoria: Idee
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