Valeria Sanguini, 36 anni, diplomata all'Accademia di belle arti di Roma nel 2000, è una dei quindicimila italiani che vivono a Berlino. Nell'autunno del 2009 ha organizzato una protesta artistica nella capitale tedesca per denunciare le politiche del governo italiano nei confronti degli immigrati. Ha realizzato una serie di sculture che rappresentano i migranti respinti in mare e le ha lasciate scorrere nella Sprea, il fiume berlinese.
“A vent'anni dalla caduta del muro di Berlino”, dice Valeria, “ho voluto spostare i riflettori su un nuovo muro, quello eretto dal governo italiano nel Mediterraneo. Per me era un gesto importante, perché mi sento un'esule”.
(Maksim Cristan su Internazionale del 15/1/2010)
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In maggio si è tenuto un concorso nazionale, indetto dal Parlamento tedesco, destinato ad artisti e architetti. L'oggetto dei progetti doveva essere la realizzazione di un monumento simbolo dell' “unità e la libertà”. Un fallimento totale: delle oltre cinquecento idee presentate, nessuna è stata convincente. “La difficoltà di trovare un simbolo unificante è il problema storico della Germania”, sostiene Enzo Traverso, incontrato a Berlino, dove svolgeva un semestre di insegnamento all'Università libera...
Traverso si dice colpito dal “contrasto, molto visibile a Berlino, tra l'ossessione di recuperare il passato ebraico della Germania e, contemporaneamente, l'ostinata volontà di cancellare il passato tedesco orientale, quello della Rdt (Repubblica democratica tedesca)”. Questa scissione nella memoria della società tedesca, aggiunge, “è particolarmente visibile nel cuore di Berlino, in due luoghi: da un lato il Memoriale dell'Olocausto, enorme, massiccio, che indica come la Germania non voglia dimenticare il genocidio; dall'altro l'immenso spazio vuoto lasciato dal vecchio palazzo della Rdt”...
...Ma la cancellazione non riguarda solo la politica, la cultura, i simboli: è l'intera infrastruttura industriale, tecnica e scientifica di questa parte di Germania a esser stata distrutta. L'economista Edgar Moss (della Germania Est, ndr) non trova pace... “Tutto ciò che era stato creato nella Rdt è stato messo da parte. L'amministrazione è stata rilevata dall'ovest. E il personale inviato in loco non era certo di qualità. Nelle università, i professori occidentali hanno ottenuto tutte le cattedre, l'Accademia delle scienze è stata sciolta. Tutte le competenze scientifiche dell'ex-Rdt, che erano perfettamente in grado di competere con quelle dell'ovest, sono state gettate via. Non c'è stato alcun tentativo di rielaborare tutto questo, di fare un bilancio”. Quelli dell'ovest hanno occupato il territorio. E' facile capire perché gli abitanti si siano sentiti trattati da cittadini di serie B...
Faber (editore della Rdt, ndr) ha attraversato momenti di collera nell'agitata fase che ha seguito la caduta del Muro di Berlino: “Non era un'epoca poetica. I libri dei migliori autori della Rdt, ma anche delle edizioni di Heinrich Mann, Lion Feuchtwanger, Arnold Zweig, Anna Seghers, tonnellate di libri sono finite nelle discariche. Bisognava far posto sugli scaffali ai libri di cucina, ai libri di consigli di qualsiasi genere o alle guide turistiche”...
(Bernard Umbrecht su Le Monde diplomatique, nov.2009)
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A novembre è stato celebrato il ventesimo anniversario dei grandi eventi del 1989...eventi certamente memorabili. Ma potrebbe essere interessante vederli in un'altra prospettiva. Involontariamente la cancelliera tedesca Angela Merkel ne ha suggerito una, invitando tutti a “usare questo inestimabile dono di libertà per superare gli altri muri del nostro tempo”.
Un modo per seguire il suo consiglio sarebbe smantellare il muro che oggi divide la Palestina in palese violazione del diritto internazionale e che per lunghezza fa impallidire quello di Berlino...Lo scopo di questa mostruosità, commessa con il consenso degli Stati Uniti e la complicità dell'Europa, è permettere a Israele di impadronirsi di nuove terre e delle principali risorse idriche della regione, negando così ai palestinesi qualsiasi possibilità di creare una nazione...
La caduta del muro di Berlino è stata giustamente festeggiata, ma pochi hanno ricordato quello che successe solo una settimana dopo, il 16 novembre, nel Salvador: sei gesuiti latinoamericani furono assassinati con la loro cuoca e sua figlia dal battaglione scelto Atlacatl, armato dagli statunitensi e appena tornato dall'addestramento nella Jfk special warfare school di Fort Bragg nel North Carolina. Il battaglione era già noto per le imprese compiute nel decennio più sanguinoso della storia del Salvador, cominciate nel 1980 con l'assassinio del vescovo Oscar Romero, “la voce di quelli che non hanno voce”. Nel decennio della guerra al terrorismo dichiarata dall'amministrazione Reagan, orrori simili si verificarono in tutta l'America Centrale, facendo centinaia di migliaia di vittime. Il contrasto tra la liberazione dei paesi satelliti dell'Urss e la distruzione delle speranze degli stati clienti di Washington fa riflettere. L'assassinio degli intellettuali gesuiti mise di fatto fine alla teologia della liberazione...
(Noam Chomsky su Internazionale dell'11/12/2009)
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