Nuove saranno le case, magari bellissime, spaziose, ma la città non c'è: si è solo allargata la periferia...
La città è un bene comune...Se la città finisce di essere tale perché si pensa di migliorarla con una “new town”, non c'è ricostruzione possibile...perché la città è prima di ogni altra cosa storia e cultura, lavoro e natura di chi ci vive...
Gli esempi stranieri, anche quando si riferiscono a grandi metropoli, vanno in una direzione diversa, se non opposta. Negli ultimi cinquant'anni Los Angeles, Chicago, Tokyo si sono ricostruite su se stesse...
Con le new town non c'è nessuna ricostruzione, ma solo la costruzione di una città fatta solo di periferie. Il resto sono macerie.
(Pierluigi Cervellati su La Repubblica dell'8/4/2010)
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Fa venire le vertigini il confronto fra i due terremoti, quello fisico e quello mediatico, che come un disco rotto fa capolino negli interventi dei boiari di Silvio in tv...
La zona rossa è ancora chiusa, stracolma di macerie...Ma se la ricostruzione vera, nel corso del 2010 dovesse realmente partire – quella del piano C.a.s.e. non è ricostruzione, semmai “costruzione ex novo” - il più grave problema sarebbe ancora irrisolto. “Prima il lavoro, poi le case, poi le chiese”, dicevano i terremotati friulani, quelli che nel 1967 riuscirono a imporre una ricostruzione vera. Qualche dato: nel cratere del sisma le ore di cassa integrazione sono passate dalle 850 mila del 2008 a 7 milioni nel 2009. Più 700 per cento. Nel 2009 a L'Aquila si sono persi quasi seimila posti. Sono circa novemila gli aquilani in cassa integrazione, la gran parte dei quali prendono quella straordinaria, anticipatrice di chiusure e licenziamenti. Per commercianti, artigiani e precari, il governo aveva stanziato un contributo di 800 euro al mese, scaduto il 6 luglio. Per la ripresa economica del territorio non è stato stanziato un euro aggiuntivo, le tasse sospese in extremis saranno restituite al 100 per cento il prossimo anno...
A un anno dal sisma ecco L'Aquila, capitale del governo del fare...Una strana città senza case e senza lavoro. Senza piazze, chiese, bar e luoghi di ritrovo.
Ma con tante banlieues che nemmeno Parigi ha. Diciannove per l'esattezza.
In questa terra desolata, il governo ha messo in piedi il più colossale spreco che l'Italia ricordi, almeno finché Tav e ponte sullo Stretto non ci costringeranno ad aggiornare il guinness dei primati...Ottocento milioni di euro per costruire 4.700 appartamenti. 154 mila euro ognuno, 2.700 euro al metro quadrato. Con gli stessi soldi si sarebbe potuto ricostruire due volte il centro storico dell'Aquila, dove sarebbero bastati 1.300 euro al metro quadrato per far tornare a splendere le cento piazze del capoluogo. C'erano altre soluzioni possibili? Certo. I moduli abitativi provvisori, in legno, sicuri e spaziosi: mille euro al metro quadro; casette su ruota, indipendenti e ben isolate: 800 euro al metro quadro. Con una differenza: le ultime due soluzioni, quando la gente rientra nelle proprie case, si smontano e non lasciano traccia. Le palazzine berlusconiane invece no, rimarranno per sempre lì, a cingere d'assedio la città svuotata. Diciannove Milano 2 dove sperimentare l'idea fininvestiana di città. Una somma di case senza piazze, edicole, librerie e panettieri, senza bar e circoli ricreativi, senza pub per gli studenti, cinema e parchi. Appartamenti anonimi, che ancora oggi, senza scandalo alcuno, scaricano nel fiume Aterno i loro liquami. Ma tutte fornite dell'unico bene essenziale: un televisore al plasma, con tanto di decoder digitale...
Altre migliaia di persone, 14 mila nel culmine dell'emergenza, hanno vissuto negli alberghi, al modico prezzo di 50 euro a persona. Al giorno. Al mese fa circa seimila euro a famiglia. Molte delle quali avevano lasciato le loro case per danni da poche migliaia di euro...
Coi soldi del piano C.a.s.e. e degli alberghi si sarebbe subito potuto mettere in sesto le case appena danneggiate, oltre il 60 per cento degli immobili censiti, e comprare moduli provvisori per la parte restante...
E tutto questo è diventato un miracolo da osannare in tv.
(Manuele Bonaccorsi su Left del 2/4/2010)
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Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa da settembre 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce...
Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi per ricostruire che non ci sono e neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, ritorneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l'Ici ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile...Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza alcun controllo. Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via Giulia, a Roma...Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso e della vita delle persone che abitano lì. Come alveari senz'anima, senza un giornalaio né un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra, lontani chilometri e chilometri, dei professionisti che sono andati via...Le racconto di una città che muore.
(Nelle Lettere al Manifesto del 25/6/2010)
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