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Bucchi, La Repubblica, 22 giugno 2010
 

Il maquillage verde salverà forse il capitalismo, non il mondo




Evocare l'ecologia è come parlare del suffragio universale e del riposo domenicale: in un primo tempo, tutti i borghesi e tutti i partigiani dell'ordine costituito vi dicono che volete la loro rovina, il trionfo dell'anarchia e dell'oscurantismo. Poi, in un secondo tempo, quando la forza delle cose e la pressione popolare diventano insostenibili, vi si accorda quel che si respingeva il giorno precedente e, fondamentalmente, non cambia nulla.


Sono numerosi coloro che, fra gli industriali, si rifiutano di tener conto delle esigenze ecologiche. Ma queste hanno già così tanti sostenitori capitalisti che la loro accettazione da parte delle potenze economiche sta diventando una possibilità concreta. Allora tanto vale, sin da ora, non giocare a nascondino: la battaglia ecologista non è un fine in sé, ma una tappa. Essa può creare delle difficoltà al capitalismo e obbligarlo a cambiare: ma quando, dopo aver a lungo resistito con la forza e con l'inganno, alla fine esso cederà poiché l'impasse ecologica sarà diventata ineluttabile, integrerà questa costrizione come ha integrato tutte le altre... 


Finché si ragionerà all'interno di questa civiltà non egualitaria, la crescita apparirà alla massa delle persone come la promessa – per quanto completamente illusoria – che un giorno esse smetteranno di essere “sotto-privilegiate”, e la non-crescita apparirà come la loro condanna alla mediocrità senza speranza. Perciò non è tanto la crescita che bisogna combattere quanto la mistificazione che essa comporta, la dinamica dei bisogni crescenti e continuamente frustrati sulla quale essa riposa, la competizione a cui essa predispone incitando gli individui a voler innalzarsi, ciascuno, “al di sopra” degli altri. Il motto di questa società potrebbe essere: “Ciò che è bene per tutti non vale niente. Tu sarai rispettabile solo se hai 'meglio' degli altri”. 


Ora, è l'inverso che bisogna affermare per rompere con l'ideologia della crescita: “E' degno di te solo ciò che è bene per tutti. Merita di essere prodotto solo ciò che non privilegia né umilia alcuno. Possiamo essere più felici con meno opulenza, perché in una società senza privilegi, non ci sono poveri”.  


     (Da uno scritto del 1974 del filosofo André Gorz, su Le Monde Diplomatique, apr.2010) 


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Innovazioni e affari nel segno dell'ambiente.


Quando accosta i due termini “impresa” e “ambiente”, l'opinione pubblica è avvezza ad attendersi brutte notizie. Se avviciniamo “Bp” a “mare”, che cosa vi viene in mente?



Alcune grandi catastrofi del recente passato, da Three Mile Island a Bhopal, fino all'emergenza oggi in corso nel Golfo del Messico, ci hanno abituato a pensar male. Anche il cinema ci ha insegnato a vederla così: da Erin Brockovich in giù, l'azienda recita sempre la parte del Cattivo. Con l'andare del tempo è diventato un riflesso condizionato e non sarà facile neutralizzarlo. Ma dovrà ben succedere, perché il mondo dell'impresa ormai sa che l'ambiente può essere un ottimo affare. Alcuni paesi – la Germania da tempo, di recente gli Usa, ora seguiti dalla Gran Bretagna di Cameron e Clegg – ne hanno fatto una politica e indirizzano, agevolano, incentivano gli investimenti e le produzioni “verdi”. Ma anche dove una tale politica fa difetto, le imprese hanno mangiato la foglia. E imboccato la strada giusta. 


   (Dal servizio su “Affari & Finanza” di Repubblica del 31/5/2010) 


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La retorica dei green jobs, della nuova consapevolezza verde e dei prodotti biologici che colmano gli scaffali dei supermercati fa male, molto male, all'ambiente e a tutti noi. Non lo dice un iper-liberista, un negazionista del global warming, un cementificatore selvaggio, un petroliere senza scrupoli, un finanziere di Wall Street. La tesi è di Heather Rogers, giovane e bella giornalista vecchio stile, progressista radicale e militante dell'ambientalismo americano che con il suo nuovo libro, “Green went wrong”, sta diventando la Naomi Klein degli anni Dieci...Il surriscaldamento terrestre, scrive Rogers, non si può fermare sostituendo i prodotti sporchi con quelli verdi. Non servono neanche i programmi governativi a favore dei “green jobs” o delle energie alternative, quelli su cui punta molto Barack Obama, perché né gli uni né gli altri cambiano il paradigma consumistico della nostra vita quotidiana. 


   (Christian Rocca sul Sole-24 Ore del 22/6/2010) 


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“La moratoria annunciata da Obama non basta. Non si può stare fermi ad aspettare che il peggio sia passato per poi ricominciare a tirar fuori il greggio come se niente fosse. Siamo di fronte al più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti: è l'ultimo campanello di allarme...” Pascal Acot, ricercatore presso il Centre National de la Recherche Scientifique e storico dell'ecologia, guarda con grande preoccupazione a quello che sta succedendo nel Golfo del Messico, mentre i tentativi di arrestare la marea nera falliscono uno dopo l'altro... 


   (Antonio Cianciullo su La Repubblica del 31/5/2010) 


 Posted by admin · Jul 2010 -
 Categoria: Idee






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